Cartolina dalla vecchiaia / 9 (altezza è mezza bellezza?)
Dove si parla di Alfabeta2, di Berlino e soprattutto di canoni estetici
Elicotteri nel cielo di Berlino, visti dall’area della "Topographie des Terrors"
Da qualche settimana sono accessibili online gli articoli usciti nel sito di Alfabeta2 tra il 2010, anno di (ri)nascita della rivista, e il 2019, quando le pubblicazioni si sono interrotte dopo la morte di Nanni Balestrini. Il lavoro non è finito: alcune categorie inadatte alla nuova forma dell’archivio vanno ripensate, e l’obiettivo a lungo termine è di digitalizzare e caricare anche i materiali pubblicati su carta nella prima e nella seconda serie di Alfabeta. Ma intanto - avendo la rivista occupato uno spazio notevole della mia vita in quegli anni - mi sembra un buon risultato cliccare su alfabetadue.it e ritrovare i quattromila articoli della versione in rete. (Chi vuol sapere qualcosa di più del recupero, e magari contribuire, non ha che da seguire questo link).
Ne parlo però qui anche per un altro motivo: riordinando i materiali di Alfabeta2, ho avuto la conferma di quanto tempo io passi, o sprechi, nella ricerca di notizie che, secondo una logica a me stessa ignota, interpreto come frammenti preziosi per capire l’epoca in cui viviamo e quella che verrà. Per dare un senso a questa pratica, ho escogitato via via una serie di rubriche - quella su Alfabeta si chiamava Semaforo (il nome lo aveva pensato Andrea Cortellessa), ma prima ce n’è stata un’altra di cui non ricordo il titolo, e dopo, cioè adesso, è venuta Se per caso vi è sfuggito su Snaporaz. In futuro chissà, ma temo che questo quotidiano setaccio continuerà a lungo, con o senza rubriche che facciano da schermo alle mie ossessioni.
Oltretutto, al reperimento di questi fattoidi, segue spesso un vortice di domande e congetture e ricerche, sempre più a fondo nella tana del Bianconiglio, nel rabbit’s hole di Alice nel paese delle meraviglie , come adesso si dice anche da noi. Vi voglio dare un esempio: il mese scorso ho letto su Le Monde che “gli umani crescono di statura, gli indiani rimpiccioliscono” (L’humanité grandit, les Indiens rapetissent). Chi mi conosce di persona può immaginare che una notizia così non mi lasci indifferente, tanto più dopo avere scoperto che attualmente la statura media delle donne indiane è un metro e 52, il che - fossi indiana - mi porrebbe (per uno o due centimetri) nella metà più alta della popolazione femminile. A Delhi, a Delhi!
Scemenze a parte, sulla notizia - sul modo in cui è stata scritta e in cui può essere letta - c’è qualcosa da dire che non mi pare riguardi solo me. Prima di tutto, su un piano fattuale, il titolo non è esatto: non tutti gli umani diventano più alti, non tutti gli indiani si abbassano. In un articolo del 2015 uscito sul sito della BBC Adam Hadhazy spiegava che la tendenza alla crescita è variabile: negli Stati Uniti la statura media è ferma da cinquant'anni, ma in generale anche dove l’aumento è stato più sensibile (gli olandesi, i giganti della terra, sono aumentati di quasi venti centimetri rispetto alla metà dell’Ottocento), si nota un rallentamento. A quanto pare, noi umani abbiamo un tappo invisibile sulla testa che ci impedisce di crescere a dismisura - e per fortuna, aggiungo io. Quanto all'India, Sophie Landrin, l’autrice dell'articolo di Le Monde, precisa che ci sono fasce di età, per esempio nelle donne fra i 26 e i 50 anni, in cui si registra un aumento, sia pure minimo, della statura.
Ma il punto non sono i millimetri in meno o in più, è l’angoscia con cui in India (il paese più popoloso del mondo, la quarta potenza economica mondiale) si leggono questi millimetri in più o in meno. Landrin cita una frase dei ricercatori dell'università Nehru che hanno condotto lo studio: “Noi riteniamo che nel contesto di un aumento globale dell’altezza media, il calo della statura degli adulti in India sia allarmante e richieda un’indagine urgente”.
Solo in India? Ricordo la mia, di angoscia, quando la pediatra misurava la statura dei miei figli e calcolava i loro percentili di crescita, e in quei numeri io vedevo un processo al mio bagaglio genetico e alla mia capacità materna di compensare con un’alimentazione sana e completa quello che mi pareva un handicap iniziale. Ora, che ci sia una correlazione fra quello che si mangia e quanto si cresce di statura, pare provato al di là di ogni ragionevole dubbio: l’articolo di Hadhazy, che raccomando a chi, come me, è appassionato di notizie (apparentemente) inutili, è pieno di fatti interessanti, dalle conseguenze inattese della peste nera nel XIV secolo al confronto della statura media nella Corea del Sud e del Nord di oggi, e tutti convergono sul rapporto fra nutrizione e altezza, fermo restando il tappo di cui ho detto prima.
Quello che mi sfugge è se essere alti sia “meglio” che essere bassi. Non parlo della gradevolezza fisica, su questo tornerò, ma prima di tutto della salute - gli alti vivono più a lungo? hanno minori patologie? le donne alte partoriscono più facilmente? - e della comodità del vivere quotidiano. Su questo ultimo punto, in base alla mia esperienza di persona bassa (piccola? diversamente alta? di statura non conforme?), i dati sono contrastanti: sugli autobus aggrapparmi alle sbarre in alto è un esercizio defatigante, ma nei viaggi aerei in economy sono decisamente avvantaggiata rispetto a chi è dotato di gambe lunghe; di solito gli scaffali di cucina sono posizionati in modo tale da richiedermi acrobazie in punta di piedi oppure l’uso umiliante di una sedia o di una scaletta, ma non mi è mai capitato di trovare un letto che non fosse abbastanza capiente per me. Insomma, senza voler tirare l’acqua al mio mulino, direi che su questi piani la preferibilità dell’altezza è minima, ammesso esista. (Sarò naturalmente felice se fra chi leggerà queste righe qualcuno mi darà elementi in più per capire e valutare).
Resta l’aspetto estetico, e non è poco. Per spirito di corpo (alla lettera!), posso arricciare il naso all’idea che altezza sia mezza bellezza, ma brindo all’estinzione del detto “nella botte piccola sta il vino buono”, che ha perseguitato la mia giovinezza e che ho sempre trovato un tentativo patetico di negare l’evidenza: non mi risulta ci sia un solo luogo al mondo dove il concetto di “basso” (short, bajo…) abbia una caratterizzazione positiva. E questo pure adesso che, almeno fra le persone che frequento abitualmente, il body shaming è un peccato mortale, e guai a chi osa dire - anzi, pensare - che l’involucro di carne con cui ci mostriamo al mondo possa condizionare come ci comportiamo e come veniamo accolti. Tale è il tabù, tuttavia, che le varie intelligenze artificiali con cui mi sono confrontata mi suggeriscono di usare il termine “piccolo” (troppo infantilizzante per chi ha più di settant’anni), perché la parola stessa, “basso”, è diventata impronunciabile, una b-word, come si direbbe in inglese, che fa al paio con la v-word, dove v sta per “vecchio”.
Ci ho pensato di recente quando, sbarcando all’aeroporto di Berlino, mi sono ritrovata all’improvviso circondata da persone tutte più alte e (a occhio) tutte più giovani di me. Sono proprio il residuato di un’altra epoca, mi sono detta, e mi è venuto da ridere, immaginandomi come una piccola scheggia proveniente dal passato che si muove nel presente e cerca di non sembrare troppo aliena.
Ci ho ripensato qualche giorno dopo, visitando l’area della Topographie des Terrors dove, cito dal sito Visit Berlin, “dal 1933 fino al 1945 si trovavano le centrali del terrore nazista: la Polizia di Stato segreta con il proprio carcere, la direzione delle SS, il servizio di sicurezza delle SS (SD) e l'Ufficio centrale per la sicurezza del Reich”. Fra i cartelloni che ripercorrono, passo dopo passo, quei dodici anni che continuano a pesare sulla nostra (di noi umani) visione del mondo, ce ne sono diversi sugli “esperimenti” di eugenetica, orribili torture per costruire l’umano di nuova generazione, bello e alto come si conviene. E mi è tornato in mente un mio articolo di una decina di anni fa uscito sul settimanale pagina99, purtroppo estinto: un’inchiesta che nasceva fra l’altro da una dichiarazione di Johnjoe McFadden, docente di genetica molecolare all’università del Surrey: “Dio, la natura o le agenzie che ci hanno fabbricato possono avere preso delle cantonate, e tocca a noi ripararle”. Su questo avevo interpellato il filosofo Remo Bodei, secondo cui “manipolare il dna degli embrioni umani per evitare che nascano con malattie o malformazioni evitabili non significa giocare a essere Dio, perché altrimenti ogni cura andrebbe contro la volontà sua o della natura che ha provocato la malattia”. Bodei però aveva aggiunto che “ci dovrebbe essere una riflessione approfondita che stabilisca regole precise e non si dovrebbe intervenire per selezionare presunte razze superiori o per avere figli perfetti con determinate caratteristiche”.
Sono d’accordo, non potrebbe essere altrimenti, anche se so bene che nelle banche dello sperma i donatori più ambiti sono i danesi, biondi, con gli occhi azzurri e naturalmente alti. Temo non si possa fare molto con l’eugenetica che abbiamo impiantato in testa, e forse ha qualche ragione chi pensa e dice che nel rapporto con gli altri la nostra faccia e il nostro corpo contano più di quanto vorremmo. Personalmente, sono arrivata decenni fa alla conclusione che, avessi una bacchetta magica, un giro per un’ora o due con una quindicina di centimetri in più lo farei volentieri, “per vedere di nascosto l’effetto che fa”, come cantava Jannacci, ma sforzi maggiori no (nemmeno i tacchi, se è per quello).
Chiudo con due noticine, una pertinente, l’altra meno. La prima è un consiglio di lettura che ha, non tanto alla lontana, a che fare con quello che ho scritto finora: Un cane andò in cucina di Sepp Mall, scrittore italiano di lingua tedesca, la casa editrice è l’ottima Keller, la traduzione è di Sonia Sulzer.
La seconda è uno stralcio da una newsletter di maggio del New York Times (l’autrice è Melissa Kirsch): “È diventato molto facile evitare di parlare con gli sconosciuti. Le cuffie che cancellano il rumore, lo shopping online, le casse automatiche e, quando tutto il resto fallisce, i nostri telefoni che, tirati fuori in un bar, a una festa, a un concerto, ci isolano dalle intrusioni umane. Non è una cosa del tutto negativa: di recente ho preso un appuntamento dal dottore attraverso l’”assistente virtuale” del mio studio medico ed è stato piacevolmente semplice. In città, le cuffie sono indispensabili per stabilire limiti; inviano un segnale che uno non deve essere disturbato. Quando la mancanza di interazione diventa la norma, però, i nostri muscoli sociali si atrofizzano”.
Ma, mi chiedo io, dove si fissa l’asticella della norma?

